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| Quando finalmente l’agente immobiliare era arrivato, Michele lo aveva seguito più per inerzia che per convinzione su per una vecchia scalinata che si arrampicava dietro ai palazzi. “Vede signor Michele, come le ho accennato per telefono, mi rendo conto che questa zona non le piace, ma il locale è veramente carino, in ottimo stato. Con pochi lavori, un po’ di pulizia, può ricavarne uno spazio molto interessante, adatto alla sua idea. Non è carrabile, ma questa per lei è una fortuna perché ne diminuisce il valore e potrà spuntare un buon prezzo sull’affitto. Inoltre…”E parlava, parlava, come solo il funzionario di un’agenzia immobiliare sa fare, nascondendo il fiatone causato dalla scalinata percorsa velocemente per allontanarsi in fretta dall’influenza negativa del rumore nella strada principale. Faceva sapienti pause, riprendendo a parlare appena sentiva che l’interesse o la curiosità di Michele calavano. Per Michele quel parlare era solo un rumore di sottofondo alla sua delusione. Ma quello che il funzionario sapeva bene e gli dava la volontà di essere insistente cercando di incrinare la rassegnazione di Michele era che Genova è una città strana, spesso sorprendente: si imbocca una scalinata e dal pieno caos, dal traffico impazzito, improvvisamente ci si ritrova in piccole oasi di tempo antico, stradine e piazzette rimaste ferme nel tempo, come salvaguardate per uno sconosciuto incantesimo. Questa era una di quelle situazioni. Non immaginava Michele che, seguendo l’anziano funzionario lungo la vecchia scalinata di mattoni rossi inseriti al centro di un selciato di pietre, avrebbe scoperto un piazzale su cui si affacciavano due palazzine d’inizio secolo dietro alle quali saliva la collina, ancora verde, ricoperta da una fitta vegetazione di felci, cespugli fioriti, qualche nespolo, oleandri. Rimase colpito da quell’improvviso spazio silenzioso, appartato dietro ai palazzoni che facevano da barriera all’invadenza del frastuono del traffico lungo il corso più in basso. Tra le due case notò un cortile alle spalle del quale si trovava un vecchio magazzino di merci varie, utilizzato fino a quando su per la scaletta s’inerpicavano i muli, poi abbandonato perché le macchine non ci potevano arrivare. Il funzionario aveva insistito a lungo perché lo vedesse nonostante non fosse centrale come lui voleva ripetendogli che “Vede signor Michele, io capisco le esigenze dei miei clienti, sono tanti anni che faccio questo mestiere! Una volta, per dirne una, … ” quindi riteneva che quel posto fosse l’ideale per una scuola di Tango. E aveva avuto ragione. Il cortile con pochi accorgimenti aveva acquistato una sua personalità, fatta di un cerchio di grossi vasi in terracotta decorata, belli già per loro conto, dentro ai quali a primavera fiorivano grosse margherite di vari colori, sistemati a corona di una piccola aiuola centrale dove si mostrava un glicine adornato di grappoli di fiori lilla. Attraversato il cortile, si arrivava all’ingresso del magazzino, un ampio portone di legno massiccio che era stato verniciato di nero con una scritta dipinta in eleganti caratteri rossi: “Scuola di Tango”. |